domenica 15 dicembre 2019

Uso degli strumenti comunicativi in San Juan de la Cruz
di Eleonora Mammini Albisani
(articolo pubblicato nella rivista Pegaso)


1 La scienza che non sa
San Juan de la Cruz, nato a Fontiveros, nella Vecchia Castiglia, nel 1542, in pieno Siglo de Oro, nel 1926 fu insignito da Pio XI del titolo di “Dottore della Chiesa”; la sua parola dunque è un punto di riferimento dottrinale per la religione cattolica. La scienza, di cui San Juan è stato riconosciuto un'autorità, è la mistica, da lui definita in questi versi: «Entréme donde no supe,/Y quedéme no sabiendo/ Toda ciencia trascendiendo”; ovvero “Entrai dove non sapevo/ e restai senza sapere/ ogni scienza trascendendo”(1). La contemplazione mistica, ovvero l'esperienza, e non solo la conoscenza intellettuale, del trascendente, è di per sé incomunicabile. All'unione mistica si arriva, se ci si arriva, attraverso un percorso individuale. Se di percorso si tratta, al massimo si possono dare indicazioni sulla strada da intraprendere, sui sentieri da percorrere con cautela, sulle tappe del cammino. La parola “guía”, guida, è parola chiave del lessico sangiovanneo:
En la noche dichosa
En secreto, que nadie me veía,
Ni Yo miraba cosa,
Sin otra luz y guía,
Sino la que en el corazon ardía.               

Aquesta me guiaba  /.../               
O noche que guiaste  /.../                                               

Nella notte propizia,
in segreto, nessuno mi vedeva,
né io guardavo cosa alcuna
senz'altra luce o guida
che quella che mi bruciava nel cuore.               

Ma questa mi guidava  /.../
O notte che guidasti  /.../(2).

(1) San Juan de la Cruz, Coplas hechas sobre un éxtasis de alta contemplacion, in Poesie, a c. di G. Agamben, Torino, Einaudi, 1974, pp. 12-13. (2) San Juan de la Cruz, Canciones del alma que se goza de haber llegado al alto estado de perfeccion, que es la union con Dios, por el camino da la negacion espiritual, cit., pp. 6-7.

                                               
2 La mappa
Per chi volesse indicare una strada, non c'è niente di meglio di una mappa. E' quello che San Juan fa con il cosiddetto grafico del monte. Egli traccia uno schema straordinario, una sorta di guida. Per dire che è la strada della nostra vita, disegna un percorso a forma di uomo (3). Alla base del grafico, ovvero alla partenza, un vademecum indispensabile a chi si mette in cammino:«Per arrivare a gustare tutto/ non voler aver gusto a nulla/ Per arrivare a sapere tutto/ non voler sapere qualcosa in nulla/ Per arrivare a possedere tutto/ non voler possedere qualcosa in nulla/ Per arrivare a essere tutto/ non voler essere qualcosa in nulla» e così via. Nella posizione delle costole, «né questo né quello». Nella parte centrale, in verticale: «Salita del Monte Carmelo. Spirito di perfezione. Nulla nulla nulla nulla nulla nulla». E poi «Anche sul monte nulla». Alla sommità del capo, una scritta collega la figura antropomorfa con la linea che la sovrasta: «Sapienza». Al di sotto della linea continua (la sommità del monte, il cerchio di perfezione), una frase: «Ya por aquí no hay camino por que para el justo no hay ley, el para si sé es ley», ovvero «Qui non vi è più sentiero perché per il giusto non c'è legge, egli è legge a se stesso».

(3) La riproduzione del disegno è in: San Juan de la Cruz, cit., p. 2; alla p. 3 la traduzione delle scritte. 


3 Lettere, avvisi, bigliettini
Per non andare fuori strada, per un consiglio rapido, per un suggerimento urgente, San Juan scrive ai confratelli e alle consorelle avvisi, messaggi brevi, lettere. Il linguaggio è conciso, efficace, a tratti lapidario. «Senza fatica assoggetterai le persone e sarai servito dalle cose, se di esse e di te stesso ti dimenticherai» (4). «Si ricordi sempre di essere venuto solo per essere santo e perciò non faccia dominare nell'anima sua nessuna cosa che non incammini verso la santità» (5) . Alcune  di queste raccolte contengono frasi memorabili, preziose gemme del pensiero sangiovanneo. In una lettera ad una consorella scrive: «Ha visto, figlia, che è buona cosa non avere denari che ci vengono rubati e ci turbano la pace, e tenere nascosti e in pace anche i tesori dell'anima, cosicché neppure noi stessi li conosciamo e vi fissiamo gli occhi. Infatti non vi è ladro peggiore di quello che è dentro casa. Dio ci liberi da noi stessi […]» (6).

(4) San Juan de la Cruz, Sentenze, in Opere, a c. di P. F. di Santa Maria, Roma, Postulazione generale dei Carmelitani Scalzi, 1979, p. 1091. (5) San Juan de la Cruz, Gradi di perfezione, in Opere, cit. , p. 1080. (6) San Juan de la Cruz, Lettere in Opere, cit., p. 1133.


4 La parola innamorata
Dopo l'ardua salita, gli errori di percorso, dopo aver superato difficoltà e traversie, raggiungere la meta è una sorpresa, un'emozione forte, una gioia indicibile. Sopraffatto dall'emozione, chi arriva
balbetta, esclama, urla:«¡Oh, llama di amor viva[...]¡Oh cauterio suave! ¡Oh regalada llaga!¡Oh mano blanda!¡Oh toque delicado!» (7).  Il linguaggio poetico, intercalato da sospensioni e silenzi, gettato verso l'ignoto, talvolta in bilico tra un verso e un altro, oppure ossessivamente ripetitivo, esprime l'indicibile, ciò di cui non si può dire nulla. Le poesie di San Juan de la Cruz, pur essendo imbevute della lezione lirica veterotestamentaria, soprattutto il Cantico dei Cantici, costituiscono un'opera originale, di grande valore spirituale ed artistico. In virtù di quei componimenti, poco più di venti, San Juan è ritenuto da molti il più grande poeta di lingua spagnola di tutti i tempi. En una noche oscura, Oh llama de amor viva, Canciones entre el alma y el esposo fanno balenare nella mente del lettore scenari di buio notturno, vampate di fuoco, storie di fughe disperate, di una caccia senza requie, raccontando le vicende di un'anima febbricitante, tra pene d'amore, ansia, tenerezza, sensi risvegliati. E' un messaggio universale, senza tempo né limite, che parla d'amore.

¿A dónde te escondiste, Amado, y me dejaste con gemido?
Como el ciervo huiste,
Habiéndome herido;
Salí tras ti clamando, y eras ido.

Dove ti sei nascosto, Amato, che in pianto m'hai lasciato?
Come il cervo sei fuggito
dopo avermi ferito;
ti uscii dietro gridando, e tu te n'eri andato (8).

(7) San Juan de la Cruz, Canciones del alma en la intima comunicacion de union con Dios, in Poesie, cit., p. 10. (8) San Juan de la Cruz, Canciones entre el alma y el esposo, in Poesie, cit., pp. 28-9. 

5 Il linguaggio specifico
Che si tratti di unione mistica, di ricerca affannosa della propria identità spirituale, di ascesi, di estasi, si apprende piuttosto dai testi in prosa che San Juan scrisse per chiarire il significato spirituale delle poesie ai confratelli e consorelle del neonato ordine dei carmelitani scalzi. Questi trattati, di cui alcuni incompiuti, sono in realtà dei  comentarios: una sorta di esegesi dei testi poetici. Piuttosto che seguire un percorso tematico, un tracciato logico costruito a priori, o dibattere un tema religioso, partono dal commento dei versi, per soffermarsi poi su aspetti che via via paiono più importanti da analizzare.  Scarsi i riferimento a riti, sacramenti, aspetti dottrinali; abbondano le indicazioni pratiche di comportamento, i suggerimenti operativi in caso di forti tentazioni, l'incoraggiamento ai neofiti, il conforto per le consorelle. I trattati non sono stati scritti per un lettore qualsiasi: sono esplicitamente rivolti a religiosi, che condividono con l'autore la pratica di fede, la meditazione, la contemplazione. Rivolgendosi ad un pubblico limitato, il linguaggio dei trattati sarà molto più tecnico, quasi scientifico e in certi casi specialistico: «La potenza visiva, per mezzo della luce, raggiunge e si impadronisce degli oggetti, i quali, finché quella risplende, cadono sotto il suo dominio; altrettanto accade all'anima che, servendosi degli appetiti, desidera ed entra in possesso delle cose che secondo le sue potenze possono essere gustate» (9).

 (9) San Juan de la Cruz, Salita al monte Carmelo, I, 3, in Opere, cit., p. 19.


6 Il linguaggio iconografico 
La meditazione quotidiana consiste in una concentrazione mentale, che si avvale dell'espressione vocale, la preghiera, ma anche dell'osservazione di oggetti e immagini. Se i biografi raccontano che la Peñuela, il ritiro del santo, era costellato di teschi, è logico supporre che la cella non sarà  stata allietata da opere d'arte. Rimasto ben presto orfano di padre, San Juan era entrato in collegio, dove aveva appreso diversi mestieri artigianali, lavorando come apprendista,  ed aveva imparato la
prospettiva e il disegno. Che San Juan l'abbia fatto per sé o per gli altri, di certo il suo disegno della crocifissione, vista da un'angolatura ardita, sarà stato uno stimolo a immedesimarsi nelle sofferenze di Gesù, un'immagine da guardare spesso, per non dimenticare. Per lo stesso motivo aveva scelto il suo nome: la Cruz.


7 La parola esasperata
Se in vita San Juan si è rivolto a consorelle e confratelli con i suoi trattati e i suoi consigli, gli avisos, se a loro ha dedicato il suo tempo scrivendo lettere di rara intensità e trattati ascetici, con la morte del santo, nel 1591, si è assistito alla diffusione delle sue opere ad un pubblico ben più vasto. La sua esperienza ha varcato i confini della vecchia Castiglia per diffondersi, con rapidità straordinaria, in tutta Europa, a partire dalla Liguria, seguendo le tappe della diffusione della regola dei Carmelitani Scalzi, di cui San Juan era stato il fondatore, a fianco di Santa Teresa d'Avila. A Roma, nel 1627, viene pubblicata la prima traduzione in assoluto delle maggiori opere sangiovannee. Della fortuna di san Juan de la Cruz nell'Italia del Seicento ho parlato ne La Vigna del Carmelo, illustrando come in quel contesto si assista all'esaltazione delle virtù ascetiche del santo in una scala di valori esasperata fino al parossismo, secondo la mancanza di misura dell'età barocca. Secondo Quiroga, il più importante biografo spagnolo del santo,  i carmelitani riformati «camminavano a piedi scalzi e senz'altra difesa, calpestando la neve, i ghiacci e la brina; le gambe si ferivano e le falde degli abiti si impregnavano di sangue. Per la neve e i geli dell'inverno, i piedi mutavano pelle e alcune unghie delle dita» (10). La sensibilità, già crudamente realistica, di Quiroga viene ulteriormente enfatizzata dalla lezione di Filippo Maria di San Paolo, biografo italiano secentesco: «Così per il soverchio freddo spesso gli si aprivano più bocche ne' piedi, e col sangue che da quelle ferite usciva, s'imporporavano li sentieri, e si coprivano di ostro i ghiacci; più di una volta gli si scorticarono tutti della pelle, e restavano colla carne viva, né mancò altre fiate uscirgli le unghie da i deti per il soverchio rigore del gelo» (11). La lezione secentesca non stravolge i contenuti dell'esperienza di San Juan, raccontando fatti mai avvenuti: esaspera i toni, accentua i contrasti, amplifica i termini. Questo succede in particolare con le biografie, o meglio agiografie, che gettano una nuova luce, drammatica, teatrale, sulle poesie del santo e sui trattati spirituali. Questa opera di devozione raggiunge livelli di fanatismo religioso durante le vicende relative alla sepoltura del santo, il cui corpo giace in località diverse, ognuna delle quali conserva gelosamente un dito, una gamba, la testa.

(10) In: Eleonora Albisani, La vigna del Carmelo. Fortuna di San Giovanni della Croce nella tradizione carmelitana dell'Italia del '600, Genova, Marietti, 1990, p. 29. (11) Ivi, p. 30.


8 Il linguaggio universale
Gli epigoni hanno potuto flettere alla nascente sensibilità barocca le regole ascetiche e le illuminazioni mistiche asciutte e severe del santo, esasperandone le note.  I possibili sviluppi della mistica di San Juan sono già nei suoi testi, nella sua vicenda umana, nella sua capacità comunicativa, nella grandezza della sua esperienza. Il linguaggio vago e indeterminato dei testi poetici, ma anche la natura dei trattati, orientati verso l'esperienza più che i principi astratti, hanno portato oggi ad una lettura quanto meno trasversale delle sue opere. Per la sua mancanza di tratti marcatamente confessionali, l'opera di San Juan è stata avvicinata a quella dei paesi orientali, ai sufi, i suoi avisos ai mantra, la sua salita di perfezione ad analoghe guide spirituali di tutto il mondo. La flessibilità, la duttilità della parola sangiovannea lasciano spazio ad interpretazioni adeguate al tempo; la fortuna di San Juan si poggia sul suo linguaggio. Il fatto che si azzardino collegamenti e confronti tanto lontani dal suo mondo non è una forzatura, una sovrapposizione indebita alla lezione originale. Piuttosto è il frutto di una personalità straordinariamente ricca di talenti, che ha lasciato traccia di un'esperienza autentica, comunicata attraverso vari linguaggi. Tanti i nomi di studiosi e appassionati della noche oscura; ne cito solo alcuni: da Arrigo Levasti, ebreo rifugiato a Firenze, studioso di  mistica interconfessionale, a Giovanni Paolo II, che scrisse la sua tesi di dottorato sulla fede in San Juan, a  padre Giovanni Vannucci, servita, che ha inserito versi della  noche oscura nel suo Libro della preghiera universale e, per finire, Giorgio Agamben, cui si deve un'essenziale edizione Einaudi delle poesie tradotte in italiano, con testo a fronte, corredate da un'intensa prefazione sui contenuti filosofici del pensiero del santo.


9 Senza parole
«Il Padre pronunciò una parola, che fu suo Figlio e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio deve essere ascoltata dall'anima» (12). Il percorso di San Juan si chiude nel silenzio, il linguaggio del non detto; così  risponde alle consorelle ansiose di sapere come raggiungere la perfezione: «Se non ho scritto, non è dipeso da mancanza di volontà – perché desidero per voi ogni bene – ma dalla convinzione che è già stato detto o scritto assai per fare ciò che importa; ciò che manca (se pur manca qualcosa) non è né la parola né lo scritto (i quali anzi ordinariamente sovrabbondano), ma il silenzio e l'azione. Infatti, oltre tutto, le parole distraggono, mentre il silenzio e l'azione raccolgono lo spirito e lo rinvigoriscono. […] La maggiore necessità che abbiamo è quella di tacere con l'appetito e con la lingua dinanzi a questo Dio, il cui linguaggio, che Egli solo ode, è l'amore silenzioso» (13).


(12) San Juan de la Cruz, Sentenze, in Opere, cit., p. 1095. (13) San Juan de la Cruz, Lettere, in Opere, cit., pp. 1113-14.

martedì 17 gennaio 2012

Jeff Buckley - Hallelujah

immortalità

Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del  viandante.   (Giacomo Leopardi, Zibaldone dei pensieri, 1)
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L'infelicità nostra è una prova della nostra immortalità. (ibidem, 44).